...fermarsi ogni tanto sulle rive di questo mare che è la vita a narrare quello che vedo tra le onde...
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30 agosto 2011

Chiesa ed ICI

A margine della manovra finanziaria che sta interessando il nostro paese, e che sta colpendo un po' tutti nel portafoglio, si è sviluppata una polemica, a mio avviso pretestuosa, sull'esenzione della Chiesa Cattolica dal pagamento dell'ICI e su alttri privilegi fiscali. Ma le cose stanno veramente così?
In realtà la cosa non risulta molto corretta. I sacerdoti pagano le tasse, come fanno i lavoratori dipendenti, sullo stipendio che ricevano dall'Istituto per il Sostentamento del Clero. Per quanto riguarda l'ICI, la legge prevede l'esenzione per tutti gli enti di beneficenza ed istruzione, non solo quelli religiosi (di qualsiasi religione) ma anche per quelli laici. Quindi per le attività commerciali pagano l'ICI anche gli enti religiosi (e perciò anche quelli della Chiesa Cattolica), ed un regime fiscale agevolato è dato non solo a tutte le religioni che hanno un "accordo" (non mi viene adesso il termine corretto) con lo Stato Italiano, ma anche a scuole private od agli enti non religiosi che svolgono attività di assistenza ai più bisognosi.
Tra l'altro si parla sempre di quanto lo Stato da alla Chiesa, ma mai di quanto la Chiesa da allo Stato e agli italiani: pensiamo ai preti che non prendono la pensione, ma sono mantenuti dal sostentamento del clero; alle attività di sostentamento dei più deboli, dei poveri, dei disagiati, degli anziani, dei malati, dei diversamente abili, ...; alle attività di istruzione e formazione dei giovani; alla cura ed al mantenimento di opere storiche ed artistiche (chiese, conventi, musei, quadri, ..., patrimonio culturale di tutti gli italiani); e così via, tutte attività di cui lo Stato Italiano si dovrebbe altrimenti fare carico, senza poi considerare quanto la Chiesa manda come aiuti ed assistenza nelle zone più povere del mondo... Facendo due conti, siamo certi che il bilancio sia in favore della Chiesa oppure quanto torna indietro agli italiani (e quindi allo Stato) è maggiore di quello che riceve?

31 dicembre 2010

Pop Economy: la scoperta dell'acqua calda

Sull'ultimo numero di Wired campeggia in copertina il richiamo ad un articolo sulla Pop Economy. Nell'articolo si sviscera la tendenza in corso tra i giovani ad uno stile di vita che va cambiando, in base al fatto che non hanno una certezza ed una disponibilità economica rilevante. Questo porta, secondo l'autrice dell'articolo, a fargli adottare un nuovo tipo di economia, definita economia partecipativa, in cui le persone condividono quello di cui hanno bisogno, risparmiando e portando avanti comportamenti virtuosi. Tanti gli esempi citati: invece di comprare un'auto usare il car sharing (od il bike sharing messo a disposizione da enti pubblici), prestarsi gli utensili di cui abbiamo bisogno, noleggiare le cose che ci servono saltuariamente (come vestiti eleganti o l'automobile), scambiare quello di cui non abbiamo più bisogno, ecc. ecc... I giovani di oggi, (chiamati millenium) grazie al web 2.0 e alla dematerializzazione dei beni, starebbero rivoluzionando l'economia dal basso, cercando sopratutto la soddisfazione dei propri bisogni e non il possesso di beni o prodotti.
Al di la di alcuni errori anche madornali negli esempi (Linux viene definito come "un sistema di software creato attraverso lo scambio di programmi su internet", sigh), mi sembra che l'autrice dell'articolo stia scoprendo l'acqua calda (o, come si dice dalle mie parti, il buo alla conca ;-) ). Questo modo di fare, collaborativo, di sostegno agli altri e meno consumistico è quanto già fanno le persone da sempre. Pensiamo ai nosti nonni e bisnonni, in una società differente da quella attuale, raggruppati in nuclei familiari più grandi dei nostri si aiutavano a vicenda e si scambiavano gli oggetti di cui avevano bisogno in maniera non continuativa, tra di loro e con i vicini (es. abiti piccoli e attrezzi). Ma è sempre usato, tra giovani e meno giovani, uno scambio di oggetti e favori reciproci. Chi non è mai andato in viaggio ospite di qualche parente od amico? E gli abiti dei bambini, una volta che non stavano più perché erano cresciuti, si davano o regalavano a parenti od amici con figli più piccoli dei nostri per poterli usare fino in fondo. Questo non lo fanno solo i cosiddetti "millenium", ma lo facciamo noi tutti, lo facevano i nostri genitori e si faceva ancora prima. Di esempi simili ne possiamo trovare a bizzeffe, e se la cosa sembrava diminuita era solo per una maggior visibilità della spinta consumistica, o delle condizioni di vita meno socialmente partecipative che si hanno nelle grandi città. Ma nei piccoli centri questa economia di solidarietà è sempre stata presente.
Cosa c'è allora di nuovo in questa "Pop Economy"? A mio giudizio molto poco. L'unica vera novità che si può notare è la globalizzazione di questo modo di fare resa possibile da internet e dalla sua facilità di mettere in contatto le persone con gli stessi interessi e bisogni. Ma in realtà è solo una forma nuova del passaparola che si faceva (e si fa tuttora) nei paesi e nei quartieri delle piccole città. Ed in fondo questo è ciò che davvero ci permette internet: portare su di una scala globale le dinamiche di relazione di una piccola comunità, favorendo il dialogo con gli altri. Che ne dite?

4 gennaio 2010

Ci azzeccheranno mai?

Il Santo Padre ha invitato nell'angelus di ieri di non credere ai maghi ed agli economisti.
In effetti si ha l'impressione che il grado di attendibilità delle previsioni fatte due categorie sia più o meno lo stesso...